- Escursionismo, Seniores, Senza categoria
L’accelerazione iniziale scuote la cabina mentre le ruote si staccano dalla pista del Rifugio Sibilla. In un attimo la gravità molla la presa e si va su, in cabrata, seguendo la linea del crinale. Sotto i finestrini, i boschi di Montemonaco e il mosaico verde dei campi marchigiani virano veloci e si appiattiscono, trasformandosi in una carta geografica. Le case diventano puntini bianchi, le strade dei fili grigi che si attorcigliano tra le valli. C’è quel silenzio pressurizzato e ovattato dei diecimila piedi, interrotto solo dal sibilo dell’aria contro la carlinga e dalle nostre voci una leggera virata a sinistra per stabilizzare l’assetto e ci si ritrova a volare radenti sul filo della cresta. La montagna sotto la pancia del velivolo si assottiglia fino a diventare una lama sottilissima, una rotta tracciata nel blu.
Guardando dal lato destro, il colpo d’ occhio sul vuoto assoluto: la terra precipita in verticale per centinaia di metri nelle Gole dell’Infernaccio. A questa quota la vertigine scompare, sostituita da una pura astrazione visiva; il fondo della valle è una fenditura d’ombra verde scuro dove le rocce sembrano congelate nel tempo. Sulla sinistra i pendii scivolano via più morbidi, ma l’altimetro segna la stessa vertiginosa distanza dal suolo. La cresta ondula davanti alla prua come una pista d’atterraggio sospesa nel nulla, che punta dritta verso la prima sosta.
Si passa sopra la Corona avvertendo una leggera turbolenza: il vento e’ piacevole , l’aria si fa più sottile e frizzante, ma i motori spingono oltre, toccando la prima cima della Sibilla a 2.173 metri.
Nessuno stop. Il muso dell’aereo punta ancora avanti, mantenendo la quota e seguendo il nastro di terra che continua a fluttuare nel vuoto. Si scende leggermente di quota verso la sella, per poi richiamare la cloche e riprendere quota lungo un passaggio ancora più affilato, una via aerea che conduce direttamente ai 2221 metri di Cima Vallelunga.
Mentre ci si alza su questo secondo sperone, l’ala di sinistra sorvola la testata della Vallelunga, un immenso anfiteatro naturale che sprofonda come un imbuto verso Capotenna con in fondo il piccolo agglomerato di foce e alzando gli occhi e la fantasia il lago di Pilato. Si vola al centro di due abissi simmetrici, mentre la mole del Monte Porche si staglia dritta davanti a noi, simile a una gigantesca torre di controllo in pietra.
Arrivati al waypoint di Cima Vallelunga, l’orizzonte si curva visibilmente. Le valli dell’Appennino non sono più rilievi da scalare, ma onde immobili di un oceano di roccia.
Nell’ orizzonte prossimo e nel remoto il Vettore e il Gran Sasso galleggiano come isole nella foschia di luce e, liberando lo sguardo verso est, la rotta visiva corre libera fino alla striscia blu e piatta dell’Adriatico. Siamo in volo livellato, sospesi nel punto esatto in cui finisce la terra e comincia il cielo
I motori riducono i giri e il muso punta verso il basso per il rientro. Sotto l’ala si materializza la pista: è la sterrata bianca che taglia il versante disegnando una serie di Z perfette incise nella roccia. Mentre ci si allinea alla traiettoria, quelle curve geometriche rivelano da vicino la loro vera natura: sono le ferite di una vecchia strada per auto degli anni Settanta, bloccata dalle proteste ambientali prima del completamento. Sfioriamo i tornanti regolari e il carrello tocca il suolo proprio su quei rettilinei di ghiaia chiara, dove la pendenza si azzera. La corsa termina sul piazzale del Rifugio Sibilla, mentre la polvere si deposita lentamente su una cicatrice che oggi la natura si sta riprendendo, restituendo ai piedi la solidità della terraferma dopo chilometri passati a fluttuare nel vuoto.
TESTO G.U. -FOTO F:S. AQUILINI
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