La Via della Semplicità:
tra il Gran Sasso e Gerusalemme
Camminare tra le montagne che abbracciano l’Aquila non è mai un gesto puramente atletico, e men che mai in questi momenti di guerra e in questo anno che segna l’ottavo centenario del Transito di San Francesco. La visita al Convento Francescano di San Giuliano è segnata da un incontro straordinario: a guidarci è un frate francescano che oggi risiede a Gerusalemme, ma che tra queste mura ha vissuto gli anni luminosi della sua giovinezza.
La voce del frate trasforma l’arte in testimonianza. Egli non parla per sentito dire: parla come chi vive quotidianamente dove quelle scene sono nate. Il suo racconto e la sua semplicità sembrano legare le icone di San Giuliano – dove è cresciuto spiritualmente – ai luoghi della Terra Santa dove serve oggi. Prima della salita, viviamo ancora un’esperienza di “stupore e bellezza”: la visita alle scene iconografiche del Presepe. A guidarci è il Maestro Presepista che, con “certosina pazienza”, ha ricreato scene che prendono vita tra gli scorci di Castelvecchio Calvisio, Castel del Monte, Beffi , Santo Stefano di Sessanio… portando il miracolo di Greccio tra i vicoli in pietra e le torri della nostra terra.
Carichi di questa bellezza, saliamo verso la Crocetta. Nel silenzio della pineta ci accompagnano la fatica ripida e Fratello Sole che la riscalda. Scendiamo poi alla Madonna Fore, dove “Sora Acqua” ci ristora. Qui, la devozione del popolo aquilano si fonde con la storia millenaria, rinfrescando l’anima prima della sfida più alta: la salita al Monte Stabiata.
Ora la fatica si fa “Sorella Fatica”: non è più un cammino agevole, ma un’ascesa severa che morde i polpacci e mette alla prova la determinazione. Il passo si fa lento, ritmato dal battito del cuore che pulsa nelle tempie. Ed ecco le immense praterie d’alta quota, un oceano d’erba verde che ondeggia sotto il soffio costante di “Frate Vento”. Qui lo spazio smette di essere misura e diventa emozione. Non ci sono più confini, solo l’ondeggiare dei pascoli che sembrano rincorrersi fino al cielo. Si cammina su un tappeto resiliente tra i fiori d’alta quota che resistono tenaci, respirando un’aria che sa di libertà e di ghiaccio lontano.
Lungo questi pascoli senza confini incontriamo mandrie di cavalli e bovini che brucano placidi: la loro presenza mite trasforma la montagna in un presepe vivente, dove gli animali diventano compagni di viaggio silenziosi e testimoni della stessa armonia che Francesco amava. Il panorama si dilata fino a farci mancare il fiato, più della salita stessa. Voltandoci, vediamo l’Aquila farsi piccola nella sua conca, un nido di pietre e storia protetto dai monti. Ma è volgendo lo sguardo a Oriente che lo stupore si fa sacro: il Gran Sasso si staglia immenso, un altare bianco che si traspone tra terra e cielo; più in là, girando la vista, la catena del Sirente-Velino e, ancora più lontano, la nostra “montagna madre”, la Majella.
Ecco finalmente il nostro punto di contatto: la stele dello Stabiata. Quando il piede tocca finalmente il culmine della salita, accade qualcosa di straordinario: la fatica non è sparita, ha cambiato solo natura. Da peso è diventata leggerezza; il respiro corto si è trasformato in un respiro largo, profondo, che accoglie in sé tutte le valli sottostanti. Siamo, francescanamente, ospiti grati di questo posto. Frate Vento qui non è un disturbo: passa tra i nostri pensieri portando via, per un breve momento, le preoccupazioni della valle, il rumore della quotidianità e le pesantezze del cuore. La dolce curvatura della cima, priva di asprezze, ci spinge a sederci sull’erba, a deporre lo zaino e, con esso, i pensieri.
Adesso il nostro sguardo comincia a vagare in un abbraccio infinito, dalla maestosità delle montagne alle praterie che sembrano mare increspato. Per un tempo indefinito siamo rimasti in una bolla di tempo sospeso tra terra e cielo, sentendoci parte di quell’armonia perfetta del Cantico delle Creature che Francesco cantò fino all’ultimo respiro. In questo panorama totale abbiamo percepito una piccola molecola della “perfetta letizia”: una gioia serena, silenziosa, che non ha bisogno di gridare. È la gioia di chi ha lottato con la salita e ora si sente piccola particella partecipe di quello che Suor Luce svela allo sguardo.
Lasciata la stele dello Stabiata, il cammino verso Collebrincioni non precipita subito a valle, ma si snoda lungo una cresta erbosa che è un vero balcone naturale. Il passo, finalmente sciolto dalla fatica, diventa una danza leggera tra le praterie, abituando la mente al rientro. Non c’è fretta. Ogni passo è un modo per “riportare a terra” e alla nostra realtà la luce ricevuta in quota. Mentre il sentiero si tuffa tra i primi vicoli del borgo, abbiamo ancora negli occhi la vastità di quegli orizzonti.
Collebrincioni, ancora con le cicatrici del sisma, ci accoglie infine come pellegrini; una piccola Porziuncola con “Sora Acqua” che sgorga dalla sua storica fontana, ristoro concreto e sigillo perfetto per questa indimenticabile escursione tra memoria, fede e natura.
TESTO G.U.
FOTO F.S. AQUILINI
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